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[personal profile] kurecchi
 

Fandom: Originale

Personaggi: Original Character

Rating: SAFE

Parole: 4000

Prompt: Oculi occulte amorem incipiunt, consuetudo perficit. - 'Gli occhi cominciano l’opera dell’amore, e la continua vicinanza la completa.' (Publilio Siro)

Note:

  1. E anche questa è andata. Ci sto prendendo giusto con le originali XD




Russell Shelley aveva sempre definito la sua vita scolastica ‘una pessima imitazione di Glee’. Perché, anche se non faceva parte del Club di Canto come quello della serie tv - era un membro di quello d’Arte -, finiva puntualmente per essere preso in giro dai suoi compagni che vedevano in lui la vittima perfetta per i loro scherzi di cattivo gusto.

Non era semplice capirne il motivo - anche se la stupidità e l'ignoranza umana potevano spiegare un sacco di cose -, perché oggettivamente parlando, Russell sapeva di non essere niente di speciale. Era magro e pallido, con i capelli e gli occhi castani. Aveva un viso talmente normale, anonimo per essere più precisi, che più volte i suoi stessi compagni di corso sembravano dimenticarsi di lui… ma non i bulli, che con lui avevano un'ottima memoria.

La sua vita scolastica si poteva quindi definire un inferno, ovviamente Russell non aveva alcuna intenzione di alzare la cresta e di provare a farsi valere con quei decerebrati. Primo perché avrebbe attirato su di sé solo altre attenzioni indesiderate e secondo beh... non aveva mai creduto alla ‘rivincita dei perdenti’, come invece veniva mostrato nel telefilm.

Quella era la realtà, si diceva. Le cose non sarebbero cambiate neanche davanti ad una cover ben fatta di Katy Perry o di Lady Gaga, e lui era e sarebbe rimasto la preda perfetta per chi non aveva abbastanza sale in zucca, o che desiderava venire accettato dalla massa o, magari, soffriva di qualche trauma infantile - spesso la violenza nascondeva solo un passato altrettanto crudele.

Tuttavia, quando si ritrovò con le spalle al muro, bloccato dal numero quattro della squadra di football americano ed il naso invaso dal forte odore di sudore e dell’erba bagnata, non poté fare a meno di pensare: “Che fine ha fatto la mia ‘vita reale’?”

Perché Tyler Jackson, ultimo anno e membro della squadra di football del liceo - i Dwarves -, non era mai rientrato nella categoria dei suoi ‘perseguitatori abituali’. Anzi, si era sempre dimostrato maturo e al di sopra della stupidità di altri suoi compagni.

Una persona da ammirare e stimare, e che Russell si era permesso più e più volte di osservare e, talvolta, anche ritrarre nei suoi schizzi.

Perché sì: tra le sue tante sfortune, c'era anche il suo orientamento sessuale che lo spingeva ad ignorare le cortissime gonne delle cheerleader per interessarsi invece ai guizzanti muscoli dei giocatori di football. E Tyler attirava il suo sguardo più di tanti altri con la sua pelle abbronzata, gli occhi verdi e i capelli scuri, ma soprattutto anche e per la sua totale estraneità alla serie di spiacevoli eventi che gravavano su Russel.

Lo aveva sempre osservato da lontano, incapace anche solo di considerare l’idea di avvicinarsi, neppure per chiedergli l'ora. Quindi: in che razza di ‘realtà alternativa’ era finito?

Deglutì rumorosamente ritrovandosi a cercare di non tremare - e se proprio non poteva evitarlo, tentò almeno di farlo in modo non troppo visibile -, stringendo al petto la sua cartella come se quell’oggetto potesse proteggerlo. I suoi occhi correvano da una parte all’altra alla ricerca di una via di fuga o di qualcuno che potesse accorrere in suo soccorso - qualsiasi intenzione avesse l’altro -, ma sulla sinistra vedeva solo il corridoio deserto, illuminato dal sole che stava tramontando segno che tutti i corsi serali erano ormai finiti, mentre sulla destra il forte braccio di Tyler.

La sua mano, poggiata sulla parete accanto al viso di Russell, era tanto minacciosa quanto affascinante per il giovane, perché i suoi occhi - allenati a cogliere ogni dettaglio - non poterono non notare delle fini cicatrici percorrere quei muscoli. Si ritrovò suo malgrado a studiarle, ad imprimere nella sua mente ogni curva e le leggere variazioni del loro lieve colore perlaceo.

Erano affascinanti, e non poté evitare di chiedersi come se le fosse procurate.

Istintivamente - come se volesse cercare una risposta - spostò lo sguardo sul volto del giocatore, pentendosi poi subito dopo per aver osato tanto.

Non per l'espressione di Tyler - tutt'altro che arrabbiata per essere sinceri -, ma più per l'imbarazzo. Sicuramente era arrossito come una ragazzina alla sua prima cotta e... diamine se quella era la verità e non solo uno sciocco paragone ben riuscito!

«Tu sei... Russell, vero?», borbottò il più grande qualche attimo dopo, assumendo un tono burbero ma intriso di un pizzico di incertezza che l'altro - troppo stupito dal fatto che conoscesse il suo nome - si lasciò sfortunatamente sfuggire.

«Eh... i-io...», balbettò piano, e quando si rese conto di non essere ancora in grado di collegare il cervello alla lingua, si limitò a muovere il capo velocemente per annuire.

Tutto era troppo irreale, ne era sempre più convinto. Perché niente aveva senso in quella situazione, partendo dal fatto che il più grande non avesse ancora tentato di infilarlo in una latrina puzzolente - come invece erano soliti fare i suoi compagni -, fino ad arrivare alla cosa più sorprendente: Tyler conosceva il suo nome.

E si trattava di Tyler Jackson, maledizione! Non un tipo qualsiasi!

Tralasciando sia il fatto che fosse uno dell’ultimo anno e sia la promettente carriera nel football americano che lo attendeva una volta al college, Tyler era anche il ragazzo che, forse, Russell più desiderava ed ammirava al mondo... e lo stava chiamando per nome, lui che era sempre e solo stato ‘Shelley’. Un cognome e basta.

Trattenne il respiro, cercando di darsi una spiegazione logica e di capire che stesse accadendo.

«Mi hai disegnato...»

Tyler sbottò quell'affermazione con durezza, come se fosse una cosa negativa, ma al contrario della prima volta il giovane riuscì a cogliere l’imbarazzo nascosto in quelle parole - era stato davvero attento in quell'istante, almeno mentre cercava nella voce dell'altro un qualcosa che gli facesse capire che cosa gli stesse realmente accadendo.

Il fatto che Tyler fosse 'imbarazzato' rendeva quella situazione ancor più priva senso. Era grande e grosso, un guerriero del campo da football che non aveva paura neanche dei placcaggi più violenti... perché doveva imbarazzarsi per dei ritratti?

Ma forse riguardava il fatto che Russell non ostentava neanche lontanamente la propria virilità - dubitava di possederne in realtà -, e per quel motivo veniva spesso chiamato in modi ben poco carini ed educati - dal più 'leggero' come gay ad altri ben più offensivi. Forse era proprio la sua sessualità ad imbarazzarlo, o almeno l'interesse che Russell nutriva nei suoi confronti - sperava di essere stato attento a non farsi vedere, maledizione!

«S-sì ma... è... è p-puro interesse ac-accademico», si difese.

«Vorrei vedere i... tuoi disegni in realtà», ribatté Tyler e per poco la cartella che Russell stringeva al petto non gli cadde per terra dallo stupore.

«V-vederli?», pigolò, ed il più grande assentì muovendo il capo.

Ormai Russell non aveva più dubbi: era certo di aver sbattuto la testa da qualche parte. Non c'era altra spiegazione. Perché neanche in una realtà alternativa si sarebbe aspettato un simile risvolto.

«P-perché?», si azzardò a mormorare, senza però ricevere una risposta a quella domanda. Infatti il giocatore di football si mostrò ancor più nervoso, e rivolse lo sguardo altrove.




«Perché… ci sono io», si costrinse a parlare Tyler dopo quel momento di esitazione e disagio.

Russell non poteva sapere quanto fosse stato complicato per lui decidere di esporsi in quel modo, perché Tyler Jackson era una persona orgogliosa e, in un certo qual modo, anche parecchio introversa.

Non si sarebbe detto nel vederlo sul campo da football, ma quella era la sua maschera. L’unico modo che aveva trovato per poter sopravvivere alla vita scolastica e alle pressioni della sua famiglia. Per quel motivo la sola idea di avvicinarsi a Russell lo aveva messo in una situazione per cosiddire scomoda.

Onestamente parlando, fino a qualche mese prima neanche sapeva dell’esistenza di quel ragazzino, infatti era stato Trevor, il suo migliore amico, a farglielo notare.

«Il tuo ammiratore è qui», gli aveva detto una volta, malizioso e divertito, e da quel momento in poi Tyler non era più riuscito a non ‘vederlo’

Russell era sempre presente agli allenamenti o alle partite, ma non era mai una ‘presenza invadente’ era più che altro un’ombra quasi rassicurante, e a detta di Trevor quel ragazzino era sempre lì per lui e per nessun’altro.

«Monica, del Club d’Arte mi ha detto che sei presente nei suoi schizzi. Vorrà pur significare qualcosa», era stata quella la spiegazione - più che logica - del suo migliore amico.

E a Tyler non era restato altro se non osservarlo a sua volta da lontano, finendo suo malgrado per interessarsi a lui.

Aveva scoperto tutto quello che c'era da scoprire sul conto di Russell Shelley, dai problemi familiari a quelli scolastici. Le sue passioni e anche l’allergia al pelo dei cani, si era informato su ogni singola cosa, arrivando addirittura a interpellare dei ragazzi del Club d’Arte per avere la conferma del fatto che Russell avesse preso proprio lui come modello.

Tyler non poteva negare il suo imbarazzo, né quel timore che lo aveva spinto a rimandare ogni tentativo di dialogo, ma era anche lusingato dal palese interesse di Russell… che era pienamente ricambiato.

Le sue inclinazioni sessuali non erano ovviamente un qualcosa che Tyler poteva esternare senza timore di ripercussioni, infatti solo il suo migliore amico ne era a conoscenza, e probabilmente anche per quel fatto non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi.

Cosa era cambiato quel giorno? Tutto e niente. Russell non si era presentato agli allenamenti e Tyler si era sentito perso. Una sola goccia aveva fatto straripare quel vaso.

«Non... mi s-stai prendendo in... g-giro?», esalò il più piccolo dopo un momento di silenzio, schiacciandosi contro la parete, e nel notare quel piccolo dettaglio, Tyler fece un passo indietro. Doveva averlo terrorizzato qualche istante prima, ma non era abituato ad avere a che fare con dei ragazzi così fragili, diversi dalle persone che frequentava in genere.

«Perché dovrei?», borbottò in risposta, cercando di farlo calmare ma riuscirci.

«Non... mi ritroverò c-con la testa dentro il g-gabinetto?», pigolò ancora Russell facendogli storcere il naso.

«Spaccheró la testa a chiunque ci tenterà», ribatté Tyler, irritato dal solo fatto che ci fossero degli idioti del genere - era a conoscenza della stupidità di alcuni studenti, ma ora che aveva fatto quel passo avanti verso l’altro ragazzo si sentiva quasi in dovere di proteggerlo da tutto e tutti.

Russell boccheggiò spiazzato per la decisione della risposta del giocatore di football, e quest'ultimo dovette cercare di articolare ulteriormente le sue intenzioni per farlo sentire a suo agio e non sull'orlo di un baratro.

«Intendo... gli altri studenti sono degli idioti, ma... io non lo farei mai, ecco», tentò di spiegarsi, tenendo le braccia lungo i fianchi.

«L-lo so», ammise Russell restando però appoggiato al muro, «non lo hai... m-mai fatto».

«E non lo farei mai!», esclamò prontamente Tyler, affrettandosi ad aggiungere poi un: «E non lo faranno neanche gli altri, lo giuro!»

Credeva veramente alle sue parole, anche se sotto sotto si sentiva un po' in colpa per non aver agito prima. Se solo avesse trovato il coraggio di esporsi sin dall'inizio, avrebbe sicuramente potuto evitare parecchi problemi al più giovane, ma Tyler aveva avuto 'paura'. Esporsi avrebbe significato far girare delle voci sul suo conto e metterlo in una posizione scomoda con la squadra di football e la borsa di studio che stava inseguendo sin da quando era diventato uno dei titolari dei Dwarves - cosa che gli avrebbe permesso di allontanarsi da quella cittadina.

Ma l'assenza di Russell lo aveva portato a ribaltare ogni sua inconscia presa di posizione. Gli era bastato non vederlo, nascosto nell'ombra delle gradinate, per sentire il bisogno di cercarlo e di... annullare le distanze.

Era stato più forte di ogni timore e, ad essere onesti, non se ne pentiva.

«N-non devi», gracchiò sorpreso il più giovane e Tyler scosse il capo con convinzione.

«Quello che fanno è da idioti, se sanno che... che sei mio amico, la smetteranno», spiegò, sentendo le guance diventargli improvvisamente più rosse.

Russell lo fissò con gli occhi sgranati e la bocca socchiusa per lo stupore.

«A-amico?!»

«S-sì... è un problema p-per te?», chiese, sperando di non aver fatto il passo più grande della gamba.

«N-no! No! C-certo che no!», esclamò rapidamente il più giovane, come se l'esitare più a lungo potesse cambiare le intenzioni di Tyler, il quale sorrise timido.

«Quindi... amici?»




La vita di Russell era ancora ben lontana dal poter essere definita 'migliore' ma da quando aveva iniziato a frequentare Tyler, tutto aveva iniziato a prendere una piega per così dire 'piacevole'.

Gli atti di bullismo degli altri studenti erano nettamente diminuiti - solo di tanto in tanto riceveva delle dolorose spallate e dei commenti poco gentili sulle sue inclinazioni sessuali -, e la costante presenza di Tyler lo aveva portato a sentirsi un po' più sicuro di sé.

Non che fosse cambiato da un giorno all'altro, ma quando vedeva l’amico nei corridoi non sentiva più l'istinto di nascondersi né di fuggire. Lo salutava però con un sorriso amichevole che veniva ricambiato con prontezza dall'altro ragazzo, in un segno visibile a tutti della loro neonata amicizia.

Il meglio, però, accadeva fuori delle mura scolastiche. Lui e Tyler erano soliti incontrarsi e trascorrere qualche ora insieme, alle volte nella sala giochi in centro ed altre in qualche caffetteria nella strada principale, e Russell non poteva non sentirsi davvero fortunato alla sola idea di poter frequentare l'altro ragazzo.

Tyler era anche meglio di quello che aveva immaginato. Lo aveva sempre visto come una persona educata e forte, ma dietro il rude aspetto da giocatore di football dell'ultimo anno vi era una personalità un po' più complicata.

Tyler si imbarazzava spesso e non amava particolarmente parlare di sé. Inoltre, aveva una situazione molto delicata a casa con il padre che aveva sempre avuto grandi progetti per il suo futuro, piani che Tyler non aveva mai condiviso e che aveva sentito talmente stretti da portarlo, durante gli anni delle scuole medie, a degli atti di autolesionismo.

Russell non poteva non sentirsi quasi onorato da quelle confessioni così sincere e spassionate, più volte aveva pensato di trovarsi in una qualche 'realtà alternativa'... ma quella era la realtà.

Amava passare del tempo con Tyler e quella che fino a qualche mese prima avrebbe definito un'innocente ammirazione - mista ad una colossale cotta -, stava lentamente diventando un qualcosa di più profondo.

Tyler era perfetto in tutto e per tutto. Non a caso si era più volte mostrato ben disposto ad assumere il ruolo di 'modello' pur di permettere a Russell di disegnarlo. Infatti non era raro trovarli seduti in silenzio nel parco, a scambiarsi sguardi e timidi sorrisi mentre il più giovane faceva scorrere il carboncino sul foglio da disegno.

Era un equilibrio che piaceva a entrambi e al quale nessuno dei due voleva realmente rinunciare.

Ma come ogni favola, anche quella situazione al limite dell'idilliaco sembrò destinata a finire durante un terribile acquazzone che costrinse i due giovani a rinunciare alla loro quotidiana passeggiata nel parco... ma non per quello li privò di poter passare ugualmente del tempo insieme. 

Fu Tyler a proporre di accompagnare Russell a casa e questo, nonostante l'imbarazzo, si ritrovò ad accettare a invitarlo a mangiare e bere qualcosa all’interno dell’abitazione dopo aver passato mezz'ora in macchina a chiacchierare.

Era la prima volta che Russell portava un amico a casa e, ad essere sinceri, ringraziò mentalmente il fatto che a quell'ora nessuno dei suoi due fratelli - la sua unica famiglia - si sarebbe trovato lì nei dintorni.

L'argomento famiglia era sempre stato delicato per lui. Aveva perso entrambi i genitori quando aveva appena dieci anni e da quel momento in poi era stato William, suo fratello maggiore, a prendersi cura di lui e di Robert, il fratello mediano. Will era sempre stato iper-protettivo nei suoi confronti, tanto quanto era diventato ostile nei confronti di Robert, che si era più volte messo nei guai con la giustizia.

In ogni caso, si disse Russell aprendo la porta di casa, non era quello il momento adatto per pensare ai suoi problemi familiari, perché nel giro di due secondi avrebbe avuto Tyler all'interno della sua modesta abitazione e non sapeva assolutamente come comportarsi.

Cercò quindi di fare gli onori di casa, gli offrì una coca-cola e anche degli snack che l'altro ragazzo accettò con piacere. Sembrava a suo agio ma, Russell aveva ormai imparato a conoscerlo e notò - con un po' di piacere, doveva ammetterlo - che anche il giocatore di football sembrava essere un po' nervoso.

Si sentì un po' rassicurato all'idea di non essere il solo a provare quelle sensazioni e, con il cuore più leggero, trovò il coraggio di invitarlo in camera sua.

«Così... potrò mostrarti anche il resto dei miei disegni. Gli studi che ho fatto e cose simili», spiegò attraversando il corridoio con Tyler alle sue spalle che annuì con un interessato: "Mh-mh!", mentre masticava la merendina che gli era stata offerta.

La sua stanza non era grandissima. I muri bianchi erano tappezzati da schizzi e disegni, studi di corpi, mani e piedi, frutta e animali, che sembravano concentrarsi in particolar modo sulla parte destra della camera, dove stava un banco da disegno con una lampada a braccio, utile per essere spostata e indirizzata dove più serviva a Russell. Accanto alla porta vi era un armadio alto, color mogano scuro, anch'esso ricoperto di fogli. Solo il letto, che si trovava accostato al muro sulla sinistra, sembrava essere salvo da quelle 'opere d'arte'.

«Scusa se è tutto così... caotico», mormorò un po' imbarazzato, ma Tyler ancora una volta si mostrò, in una sola parola, perfetto.

«Immaginavo proprio così la tua camera!», ammise guardandosi attorno con sguardo palesemente ammirato, «Non capisco niente di arte e cose simili ma... la camera di un'artista deve essere così».

Russell sentì il viso andargli quasi a fuoco per quel commento sincero e cercò di nasconderlo spostandosi sulla scrivania per afferrare uno dei suoi album da disegno, cosa che non lo aiutò per a calmarsi visto che Tyler aveva preso posto sul letto. Era seduto in modo rigido, un poco a disagio, ma era pur sempre sul letto di Russell. Il letto sul quale dormiva ogni notte e, talvolta - più spesso di quanto volesse ammettere - aveva anche avuto dei sogni parecchio spinti proprio su Tyler.

Prese un bel respiro, allontanando quei pensieri così inadatti, per affiancare l'altro ragazzo.

«Ecco qui», annunciò quieto, «ho raccolto in questo album alcuni degli schizzi che credo siano usciti meglio».

Tyler annuì con lo sguardo già fisso su quel blocco da disegno, e con la massima cura iniziò a sfogliarlo.

Vi erano disegni di mani in varie posizioni, frutta e paesaggi, ma soprattutto... i ritratti proprio sullo stesso giocatore di football.

Mentre era in divisa durante una partita, con il casco a coprirgli il viso, altri durante gli allenamenti mentre sorrideva o si asciugava il sudore, altri in abiti borghesi. Vi erano ritratti di profilo o frontali, espressioni che Russell era riuscito a scorgere nel suo continuo osservare l'altro ragazzo e che aveva trovato impossibile non immortalare con l'uso sapiente di un carboncino.

«Non... credevo di essere così», mormorò Tyler sorpreso, «ho già visto altre volte i tuoi disegni su di me ma... resto sempre sorpreso nel rendermi conto di come mi vedi».

«Hai un... viso interessante ecco», ammise Russell, guardandolo in volto come per spiegargli uno dei morivi dietro quella sua 'ossessione', «il naso e le sopracciglia folte, la forma delle labbra e... ecco... scusa!»

Tyler ridacchiò, mostrandosi imbarazzato.

«Non scusarti è... bello questo tuo trasporto. Mi piace», svelò sincero, «sei la prima persona che conosco che usa il suo tempo per fare dei ritratti a me... tutti sono più interessati a Noah, è lui il quarterback e...»

«È il classico ragazzo che piace a tutte. Ma... non ha niente di speciale per me!», esclamò in risposta Russell, rapido ed anche deciso. Non gli piaceva che Tyler parlasse in quei termini di sé.

A tutte piaceva Noah. Era il classico Re del Ballo, quello che sarebbe andato al ballo di fine anno con il capo delle cheerleaders... ma agli occhi di Russell, Noah era 'normale'. Bello sotto molti aspetti oggettivi, ma Tyler era diverso e lo aveva osservato così a lungo da poter elencare i suoi pregi che lo rendevano migliore di qualsiasi altro ragazzo lì in quell'istituto.

La sua risposta, decisamente accorata, sembrò colpire particolarmente l'altro ragazzo. Infatti gli rivolse un sorriso imbarazzato, soffiando un basso: «G-grazie...», che fece avvampare ulteriormente Russell.

«I-io... s-scusa! Non... non credo che faccia piacere a... cioè... ricevere certi complimenti da uno come me», si affrettò a dichiarare, distogliendo lo sguardo.

Per quanto fosse dichiaratamente omosessuale, evitava ovviamente di sbandierarlo in giro... soprattutto da quando Tyler era entrato a far parte della sua vita. Dubitava che l'altro ragazzo non sapesse delle sue inclinazioni, ma in ogni caso per non metterlo a disagio aveva sempre preferito tenere taciuto.

Un qualcosa che sapevano entrambi ma che, per quieto vivere, non veniva mai precisata... ma che forse in quell'istante doveva venire fuori in ogni caso.

«Come... te?», ripeté spiazzato Tyler, alzando gli occhi verso di lui.

Russell si morse le labbra, torturandosi le mani.

«Sono... gay», pigolò pianissimo.

«Ah».

«M-ma non... intendo...», riprese subito, balbettando per il nervosismo per quell'ammissione che si era sentito costretto a fare.

«Anche io».

Quelle due parole bloccarono il fiume di parole di Russell, costringendolo a boccheggiare come un pesce sia per lo stupore che per l'incredulità.

"'Anche io' cosa?!", si chiese rapido.

Aveva imparato a conoscere Tyler e sapeva di non avere davanti un bugiardo e quell'affermazione, semplice e senza troppo giri di parole, poteva trovare la sua completezza con altre due parole: «Anche io sono gay».

Sembrava assurdo oltre che impossibile, uno scherzo di pessimo gusto che, tuttavia, era totalmente fuori dal carattere dell'altro ragazzo. Tyler non avrebbe mai scherzato su certe cose.

«T-tu cosa?», esalò però, senza nascondere l'incertezza e il bisogno di conferme.

«Russell... io... tu... mi piaci, okay?», sbottò rapidamente il giocatore di football, guardandolo come se da quella frase dipendesse la sua intera vita.

Russell non riuscì a rispondere a quel punto, rimanendo immobile e attonito. Un fiume di pensieri si era riversato nella sua mente, un qualcosa di tanto inaspettato da non potergli sembrare neanche reale.

«Non volevo metterti a disagio... né minare la nostra amicizia. Non mi sono avvicinato a te con... con intenti strani», ammise Tyler sincero e palesemente nervoso, costringendo involontariamente Russell a riprendere la parola.

«Non avrebbe senso. Tu ed io...»

Aveva fantasticato su quella cosa, ma nel mondo reale era impossibile.

«Perché no?»

«P-perché io sono... io», esclamò Russell, balzando in piedi ed indicandosi con un gesto delle mani.

«Mi piaci tu per come sei... ma davvero! Puoi anche fare finta di non aver sentito questa... dichiarazione penosa. Non ci proverò con te se non vuoi o se ti mette a disagio».

Le braccia di Russell gli crollarono lungo i fianchi, quasi disarmato dalla sempre più chiara sincerità e imbarazzo dell'altro ragazzo, che stavano andando a mischiarsi con il dispiacere di quello che doveva sembrare un rifiuto.

«P-puoi!», riprese senza rendersene conto, come se l'idea di 'rifiutare' Tyler fosse per lui insopportabile e, ad essere sinceri, un po' lo era.

«Posso?»

«Mi... mi piaci anche tu, è..chiaro no?»

Tyler si umettò le labbra ed annuì, mormorando poi un po' più speranzoso: «Posso provarci con te?»

Russell riuscì solo ad annuire, trovando impossibile non sorridere per quella situazione così assurda ma al tempo stesso reale.

Era iniziato tutto con degli sguardi, lui che osservava Tyler di nascosto - senza sapere di essere a sua volta seguito con lo stesso interesse - ed alla fine era stata la vicinanza, la compagnia reciproca a portarli a quel punto. A creare quel rapporto che Russell non avrebbe mai immaginato di poter ottenere neanche nei suoi sogni più sfrenati.

Forse, si disse mentre concedeva a quel ragazzo il suo primissimo bacio, la sua vita non era poi così male.


 

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