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SCALA QUARANTA

Fandom: Mo Dao Zu shi

Personaggi: Nie Mingjue, Nie Huaisang

Rating: SFW

Parole: 1055

Prompt: 48. Scala quaranta

Note:

  1. Dedicata a Lera, perché entrambe abbiamo bisogno di questi due.

  2. Non sapevo che cosa tirare fuori da questo prompt, poi mi è bastato uno scambio di battute con mio fratello (il classico "da uno a dieci?", "Trecento.") per trovare l'ispirazione.


Nie Huaisang sapeva di essere nei guai. Non ci voleva un genio per capirlo, perché lo sguardo furente di suo fratello parlava più di mille parole.

Non si era mai reputato una persona sfortunata, anzi, sapeva di essere anche privilegiato in parecchi campi, eppure tutta la sua buona sorte sembrava essersi volatilizzata nel momento in cui Nie Mingjue aveva deciso di fiondarsi nelle sue camere private per costringerlo ad allenarsi… e lo aveva beccato con le mani nel sacco.

Un sacco chiamato FangHu, uno dei giovani discepoli del clan.

Qualsiasi cosa stesse per ruggire Mingjue era morta nel preciso istante in cui aveva posato lo sguardo sui loro corpi semi nudi. Stupore e infine rabbia si erano alternati con rapidità nei suoi occhi, e mentre Huaisang cercava di elaborare un qualsiasi piano o una scusa credibile per non incorrere nelle ire di suo fratello, FangHu si diede alla fuga, inciampando più volte e goffamente sulle sue stesse vesti.

Era una scena comica e, in un'altra occasione Huaisang si sarebbe anche concesso una risatina, ma non voleva giocare con il fuoco. Non in quel momento, almeno.

Era nei guai e il fatto che Mingjue non fosse ancora esploso era fonte di ulteriori preoccupazioni.

Onestamente, non aveva neanche pronta nessuna scusa per giustificare ciò che suo fratello aveva visto, perché FengHu non era il primo dei discepoli che incontrava in segreto nelle sue stanze, ma alla luce di quei fatti temeva seriamente che sarebbe stato l'ultimo.

In realtà, non si sentiva in colpa, Huaisang sapeva di essere un ragazzo in pienissima salute, con normali desideri e pulsioni. E non potendo sfruttare il reale soggetto dei suoi desideri - che tuttavia era il modello di gran parte dei suoi disegni a sfondo erotico -, aveva trovato come soluzione quella di frequentare saltuariamente alcuni dei discepoli del clan.

Ciò che lo crucciava era in ogni caso l'essere stato scoperto proprio da Mingjue tra tutti e il fatto che quest'ultimo non stesse reagendo in modo prevedibile.

Strinse le labbra, e pigolando un basso: «Dage», sperò quanto meno di impietosire il maggiore, pur consapevole di trovarsi dinanzi ad una causa persa.

Il suo richiamo però sembrò costringere Mingjue ad aprire bocca. Pronunciò infatti un lapidario: «Campo di allenamento. Due minuti», e con ancora gli occhi che lampeggiavano d'ira, si allontanò chiudendo alle sue spalle la porta della stanza. E Huaisang non ebbe, ovviamente, il coraggio di sottrarsi a quello che si sarebbe rivelato un pomeriggio decisamente doloroso.

Raggiunse infatti suo fratello in un lampo, sperando in quel modo di fare quanto meno una buona impressione e di rendere meno crudele Mingjue - qualsiasi punizione o ramanzina avesse in mente di imporgli.

Tuttavia non andò come aveva ipotizzato. Non arrivò nessuna strigliata né ordine di fare un numero spropositato di flessioni. Mingjue rimase in silenzio, le braccia possenti incrociate sull'ampio petto ed un espressione dura dipinta in volto.

Attese paziente di sentirlo parlare ma non accadde nulla, e l'assenza di qualsiasi reazione  da parte di suo fratello - che era noto per il suo temperamento - lo faceva sentire a disagio. Non che desiderasse essere punito, ma preferiva di gran lunga Mingjue apertamente adirato che quella versione silenziosa.

Nervoso, iniziò a torturare con le mani il suo ventaglio, cambiando peso da un piede all'altro per cercare di scaricare in qualche modo la tensione.

«Dage…», lo richiamò infine, tentando poi con una semplice e sciocca domanda di suscitare nel fratello qualche reazione, «… in una scala da uno a dieci… quanto sei arrabbiato?»

«Quaranta», grugní Mingjue senza degnarlo neanche di uno sguardo ma, quanto meno, aveva aperto bocca.

Huaisang deglutí, incerto su come interpretare quell'affermazione del tutto atipica.

Quaranta era di certo una risposta che non rientrava nell'ipotetica scala da uno a dieci, era un numero ovviamente molto più grande. Di conseguenza, escludendo l'ipotesi della battuta di spirito che era del tutto fuori luogo se associata a suo fratello, quella risposta poteva solo significare che Mingjue era davvero arrabbiato.

Ciononostante, quaranta era anche un numero più piccolo di tanti altri, come ad esempio il cento, quindi poteva supporre che sì, Mingjue era in collera con lui, ma non abbastanza da volerlo affettare con la sua sciabola.

Si umettò le labbra, sperando in qualche modo di potersi allontanare dal campo con tutti gli arti ancora attaccati al suo corpo.

«Dage… non-»

Le parole gli morirono in sulla punta della lingua quando Mingjue si voltò verso di lui. Arrivò anche a dimenticarsi cosa stava per dirgli, forse una stupidaggine come il: "non è accaduto nulla, era la prima volta"

«Non mi interessa con chi… sfoghi le pulsioni del tuo corpo», pronunciò serio Mingjue, «ma non sopporto che ti sottragga ai tuoi allenamenti e che vengano trascinati anche i discepoli nella tua indolenza».

Huaisang si trattenne dal nascondere il viso dietro il suo ventaglio, e strinse le labbra in una smorfia involontaria.

Non solo Mingjue non aveva reagito in modo spropositato, ma aveva in qualche modo anche accettato la sua vita sessuale. Huaisang sapeva di doversi sentire sollevato dall'assenza di urla e minacce, ma dentro di sé aveva quasi sperato che quella situazione giungesse al suo culmine in un modo simile a quello che era solito ritrarre nei suoi disegni erotici.

Poteva essere giudicato per averci inconsciamente sperato?

«Non succederà più», mormorò, accettando con il capo basso l'imposizione di Mingjue.

«Ora inizierai il tuo allenamento con la sciabola», riprese il maggiore con un tono che non ammetteva repliche, e Huaisang sapeva di non potersi permettere alcuna lamentela. Gli era andata fin troppo bene.

«Sì, Dage», annuì preparandosi ad abbandonare il suo ventaglio per prendere in mano la pesante sciabola che era costretto ad utilizzare. Fece qualche passo verso l'armeria, sotto lo sguardo attento di Mingjue che sembrò tuttavia avere ancora qualcosa da aggiungere.

«Inoltre», riprese infatti, costringendo Huaisang a fermarsi, «la prossima volta, gradirei che tu ti rivolgessi a me anziché coinvolgere i discepoli». 

Con un rumore sordo - e doloroso - il ventaglio che Huaisang teneva tra le mani si spezzò in seguito a quell'affermazione che lasciava ben poco spazio ad altre interpretazioni.

Di certo se in quell'istante gli avessero chiesto di quantificare il suo stupore in un'ipotetica scala, avrebbe sicuramente utilizzato quella di Mingjue con un secco "Quaranta" perché era sì parecchio sorpreso, ma non poteva neanche negare di trovare la cosa particolarmente interessante.

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