Feb. 22nd, 2020

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Fandom: The Hobbit

Personaggi: Fili, Kili

Rating: SAFE

Parole: 530

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Non scrivevo su Lo Hobbit da troppo tempo e niente. Il fluff fa bene all’anima


Kili era nato in anticipo di qualche settimana, come se non ne potesse più di restare chiuso nel grembo materno, e aveva fatto patire alla povera Dis ben quattordici ore di travaglio. Ore che Fili aveva vissuto con terrore, arrivando addirittura a convincersi che all'interno della stanza della madre non ci fosse la sua genitrice insieme a Balin, ma un vero e proprio mostro.

Ai tempi della nascita di suo fratello, quello era il primo parto al quale assisteva - nella loro comunità di Nani erano sempre più rare le nascite -, e anche se sapeva che sarebbe arrivato un fratellino, Fili ricordava perfettamente la paura di quei momenti, forse rese ancora più acute e terrificanti dalla sua fantasia infantile.

Ma in ogni caso, ricordava anche come la gioia e l'incredulità fossero state in grado di dissipare quei sentimenti negativi. Perché gli era bastato avere il permesso di entrare nella stanza insieme a suo zio, al termine del travaglio e delle ultime operazioni post parto, per sentirsi quasi investito da tutte quelle emozioni.

Kili era minuscolo e peloso, piangeva ed era totalmente arrossato... sembrava più un mostriciattolo che un Nano, ma era suo fratello e Fili, lo ricordava come se fosse appena accaduto, aveva sentito l'orgoglio e il senso del dovere gonfiargli il petto.

«È piccolo», aveva commentato innocentemente, «ed è anche strano».

Suo zio aveva riso e gli aveva accarezzato i capelli.

«Ora sei un fratello maggiore Fili, sarà tuo compito proteggerlo». gli aveva detto e lui, gonfiando il petto con fierezza per quel compito, aveva risposto con un sicuro: «Sarò il fratello maggiore migliore del mondo! Non accadrà mai niente a Kili fino a quando ci sarò io! Per sempre!»

E quello, ovviamente, implicava non solo assicurarsi che Kili non si facesse male facendo qualche stupidata, ma anche rassicurarlo dopo gli incubi o per qualsiasi altra cosa. Anche ad orari improponibili, proprio come in quell'istante.

Kili si era infatti infilato nel suo letto, stringendosi con forza contro il suo corpo. Tremava, e Fili non faticava a immaginare il motivo del suo turbamento.

Si era infatti aspettato una visita notturna di suo fratello in seguito all'incidente che quel pomeriggio aveva spezzato le vite di una quindicina di Nani e Kili, che si trovava non lontano dal luogo della disgrazia, ne era rimasto traumatizzato.

Suo fratello era ancora un bambino ma non era ingenuo e sapeva che cosa significava la morte, ma quel fatto così violento e inaspettato lo aveva posto davanti a delle paure che, probabilmente, erano rimaste inespresse fino a quel momento.

«Fili...», lo sentí pigolare.

«Sono qui», rispose paziente, accarezzandogli lentamente i capelli scuri.

«Non voglio che tu muoia, non voglio vivere senza di te», sussurrò Kili, piano. Fili lo strinse a sé con più decisione.

«Non morirò», lo rassicurò, «resteremo per sempre insieme».

«Per sempre e tanto tempo», gli fece presente Kili, «e se succedesse qualche incidente?»

«Non ci penso neanche a vivere senza di te, Kee. E starò attento a non finire nei guai sempre se tu farai lo stesso».

«Certo!»

«Allora, per sempre è il tempo giusto per restare insieme. Io e te», concluse con un sorriso.

«Per sempre... mi piace», mormorò infine Kili.


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Fandom: Fire Emblem Three Houses

Personaggi: Sylvain Jose Gautier, Anna, Felix Hugo Fraldarius

Rating: SFW

Parole: 680

Prompt: Mitologia Norrena

Note:

  1. Ho preso una delle tante spade di Fire Emblem che appartengono alla mitologia norrena. Tyrfing. Appartenuta dal Dio della Guerra, Tyr.


Sylvain sapeva di essere bravo nell'incantare un certo tipo di donne, vi erano quelle attratte dal suo aspetto piacevole, chi vedeva solo il suo titolo nobiliare e altre che invece cercavano solo un'avventura. Era abituato a quel tipo di donne, ma era anche consapevole che il suo fascino su certe donne non aveva alcun effetto, e la mercante Anna era una di quelle.

Sylvain non era interessato a lei in qualche modo romantico, ma Anna possedeva un qualcosa che lui desiderava: una spada.

In condizioni normali, Sylvain neanche si sarebbe reso conto della presenza di quell'arma nella bancarella della mercante, ma si trovava con Felix quando quest'ultimo l'aveva trovata, e gli era letteralmente bastato mettervi gli occhi sopra per farlo illuminare quasi come un bambino - Felix, ovviamente, lo avrebbe negato a vita.

Fatto sta che Anna era stata irremovibile sul prezzo, decisamente alto, e Felix aveva rinunciato ad acquistarla.

«Sarà pure una bella spada», gli aveva spiegato scrollando le spalle mentre lasciavano il mercato, «ma non vale tutte quelle monete d'oro».

Aveva messo su un'espressione indifferente, ma Sylvain lo conosceva bene e sapeva che il suo compagno la desiderava ma che il suo buon senso lo aveva portato a compiere una scelta più giusta ed economica.

Buon senso che Sylvain non possedeva, e avrebbe fatto di tutto pur di regalare quella spada al suo compagno.

Infatti l'indomani si era ripresentato al mercato del Garreg Mach, armato del suo sorriso migliore pronto a sedurre la giovane commerciante, per spingerla ad abbassare di almeno un centinaio di monete il prezzo di quell'arma.

Inutilmente.

Anna era immune al suo fascino e decisamente non intenzionata a contrattare, ma Sylvain non amava arrendersi.

«Suvvia Anna, chi altro vuoi che l'acquisti?», le disse ad un certo punto, tentando di sminuire l'importanza dell'arma, «Ha pure un nome impronunciabile e qui prenderà solo ruggine, perderà il filo e sarà utile solo come fermacarte».

«Si chiama Tyrfing e non è poi così impronunciabile, caro il mio Sylvain», rispose lei, «e per tua informazione curo le armi una per una per evitare che perdano il filo o si rovinino. Perché l'occhio dell'acquirente vuole la sua parte».

«Sì sì, curi le armi e il suo nome è Tri-qualcosa, ma costa troppo! Tutte quelle monete d'oro non le merita, è solo una spada»

«Tyrfing», lo corresse ancora Anna, con un sorriso amabile ma immensamente furbo, «non la definirei 'solo una spada'. Si tratta di un'arma antica, quasi leggendaria, proveniente da un'antica popolazione dell'estremo nord. Pare sia appartenuta a una divinità della guerra...»

«Nessuno si berrà questa storia. Che razza di nome è poi 'Trifing'? Non verrà mai acquistata e tu non ti rifarai mai dei costi di gestione!», insistette. Stava perdendo tutti i suoi assi nella manica e Anna era sfortunatamente un osso duro.

«Il dio pare si chiamasse Tyr, quindi la spada è Tyrfing», spiegò lei divertita, sembrava quasi farlo apposta, «e non preoccuparti dei miei costi di gestione. Il solo utilizzare come premessa quella di una divinità della guerra straniera mi ha già trovato parecchi acquirenti interessati a pagarla a prezzo pieno».

Quell'affermazione fece trillare i campanelli d'allarme nella testa di Sylvain. Sapeva benissimo che si trattava di una tecnica di vendita, ma non poteva esserne sicuro al cento per cento. Se Felix, che si intendeva meglio di chiunque altro di armi, vi aveva messo gli occhi sopra quella spada doveva per forza essere un'ottima lama.

Si morse l'interno della guancia, nervoso.

«Non mi fai neanche un piccolo sconticino?», chiese infine, fissandola supplichevole, «Fallo per un povero ragazzo innamorato».

Anna mise su una finta espressione pensierosa e Sylvain comprese di essere suo malgrado caduto nella sua trappola.

«Ho bisogno di alcune cose dall'Abisso, ma non mi è permesso entrarvi... facciamo che se mi porti tutto quello di cui ho bisogno ti faccio lo sconto», gli disse compiaciuta e Sylvain non poté non accettare quell'offerta.

Almeno, si disse avviandosi verso l'Abisso, avrebbe potuto vedere il sorriso di Felix quando gli avrebbe regalato quell'arma leggendaria... e quello lo avrebbe ripagato di tutta la fatica e dell'oro che avrebbe speso per acquistarla.


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Fandom: Bungou Stray Dogs

Personaggi: Dazai Osamu, Oda Sakunosuke

Rating: SFW

Parole: 1000

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Ambientata subito dopo la prima scena del film di BSD con Oda che inizia ad adottare gli orfanelli.


Quando Odasaku gli aveva mandato un messaggio con su scritto: "Mi dispiace, ma non credo potrò venire a bere al Lupin", Dazai era passato dal sentirsi un po' tradito dall'altro uomo - era un loro appuntamento, una tradizione! - al provare un vago e sempre più acuto senso di preoccupazione.

Era raro per Odasaku mancare un loro incontro. Si erano incontrati sotto la pioggia o con la neve, reduci missioni estenuanti e anche con qualche ferita ancora aperta, ma nessuno dei due aveva mai rinunciato ad una delle loro bevute settimanali al Lupin.

Di conseguenza, si disse con le braccia incrociate al petto, doveva essere accaduto qualcosa di importante o di grave per spingere Odasaku a rimandare il tutto. O almeno quelle erano le sue conclusioni.

E pur non volendosi immischiare nella vita privata dell'altro uomo, Dazai sentiva pure l'impellente bisogno di sapere e di dare una spiegazione a quell'assenza a suo dire immotivata.

Ci mise meno di cinque minuti per decidere di lasciar vincere la sua curiosità, e ci mise ancora meno per riuscire a rintracciare il cellulare di Odasaku che, cosa che lo lasciò non poco spiazzato - pur essendo sospettabile, altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente di rintracciarlo -, non si trovava nel suo appartamento.

Era localizzato all'altezza di un piccolo ristorante e Dazai non poté non accigliarsi.

"Se Odasaku voleva mangiare qualcosa poteva pure dirmelo! Saremmo potuti andare insieme!", pensò con sempre quel vago accenno di tradimento che gli ribolliva in petto.

Si mise in marcia verso il ristorantino, pronto a fare 'una sorpresa' all'altro uomo e magari fargli venire i sensi di colpa con qualcosa del tipo: «Sono COSI' triste e abbattuto dal tuo abbandono che credo utilizzerò questa trave per impiccarmi!»

Gli sembrava un'idea geniale, forse era un colpo un po' basso ma Odasaku aveva rinunciato alla loro bevuta al Lupin per fare chissà cosa e Dazai sapeva di meritarsi una piccola vendetta.

Il ristorantino era modesto e piccolo, più simile a una tavola calda o take-away. Non catturava l'occhio dei passanti e, onestamente, neanche Dazai vi avrebbe mai prestato troppa attenzione, lo stava facendo solo perché sapeva che Odasaku si trovava proprio in quel luogo.

Vi guardò all'interno e poi, aggrottando le sopracciglia, controllò di nuovo il suo cellulare per verificare che fosse la posizione esatta. Odasaku era lì, ma non era seduto al bancone né sui tavolini.

La questione si stava facendo sempre più strana e Dazai, con le mani in tasca, decide infine di fare il suo ingresso all'interno del locale e chiedere direttamente al proprietario che fine avesse fatto Odasaku.

Poteva fare ipotesi su ipotesi, ma non aveva abbastanza elementi per trarre le sue conclusioni, di conseguenza aveva bisogno di più informazioni.

La campanella del ristorantino trillò al suo ingresso, e l'uomo dietro il bancone gli rivolse un sorriso cordiale e gentile.

"Non sembra un malvivente", appuntò mentalmente Dazai, ricambiando il sorriso forse in modo un po' più falso che amichevole.

«Salve, sto cercando un mio amico. Mi ha detto che lo avrei trovato qui... mi sa aiutare?», domandò, modulando la sua voce per farla suonare affabile, «È alto più o meno così, capelli rossicci. Espressione seria, voce profonda».

«Oh! Parli di Oda-san!», rispose l'uomo, «Gli ho appena affittato l'appartamento sopra il ristorante, lo troverai sicuramente lì. È un ragazzo dal cuore d'oro, sono felice di aiutarlo», aggiunse come se fosse un qualcosa di estremamente importante.

Dazai sorrise mostrandosi grato per le informazioni appena ricevute, facendosi però poi pensieroso nell'analizzare quelle parole.

Perché Odasaku aveva affittato quell'appartamento? Non stava bene in quello offerto dalla Port Mafia? Stava forse nascondendo qualcosa?

Guardò le scale dell'appartamento e, sempre più deciso a vederci chiaro, le salì rapidamente fino a fermarsi davanti alla porta chiusa dalla quale sentì provenire un pianto. Si irrigidì, seriamente confuso, ma quello non gli impedì di bussare.

Venne raggiunto da dei rumori concitati e il viso stanco di Odasaku apparve qualche attimo dopo da uno spiraglio della porta. Il pianto sembrò farsi più forte, cosa che gli fece quasi dimenticare il motivo della sua presenza in quel luogo.

«Dazai», Odasaku lo salutò in quel modo, aprendo del tutto la porta. Aveva tra le braccia due fagottini, che strillavano come degli ossessi.

Aprì bocca senza però sapere esattamente cosa dire, e fu l'altro uomo ad anticiparlo con un: «Tieni Shinji per un momento».

E Dazai, senza potersi sottrarre, si ritrovò con uno di quegli esserini tra le braccia.

«Che cosa devo farci con questo?», esclamò cercando di capire come tenerlo.

«Cammina e basta», rispose Odasaku tranquillo, spostandosi dalla porta.

Dazai, quasi in preda al panico, fece ciò che gli era stato detto senza capire che cosa gli stesse succedendo. Sapeva solo di avere tra le braccia un infante che strillava e piangeva come se gli stessero strappando via le unghie una ad una.

Senza un motivo apparente, quel suo movimento, sembrò riuscire a placare il pianto della bestia e tirò un sospiro di sollievo - ma non si azzardò a fermarsi.

Lanciò un'occhiata a Odasaku, ormai seduto sul pavimento con un'altra di quelle minacce tra le braccia.

«Quindi... non sei venuto al Lupin per questo?», domandò piano, aveva quasi paura di spaventare ancora uno di quei mostri.

«Sì», assentì l'uomo, dando da mangiare a quel piccolo coso, «doveva essere un segreto», aggiunse, senza però sembrare troppo seccato dal fatto che Dazai avesse ficcato il naso nei suoi affari.

«Non... non sono figli tuoi, vero?»

«Sono orfani», rispose alzando lo sguardo verso Dazai, che non poté non sentire il cuore mancare un battito senza un apparente motivo.

Esitò poi si costrinse ad esalare un: «Awww», forse per scacciare via quello strano disagio, «il vecchietto del locale aveva proprio ragione nel dire che hai un cuore d'oro».

Era ancora un po' confuso e aveva ancora bisogno di tante risposte, ma almeno, si disse continuando a camminare con quel neonato tra le braccia, Odasaku non lo aveva tradito con nessuno ed aveva avuto un buon motivo per non presentarsi al Lupin.
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Fandom: Promare 

Personaggi: Lio Fotia, Galo Thymos

Rating: SFW

Parole: 680

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Sicuramente Lio potrà apparire OOC ma questa cosa è nata da un ragionamento… forse stupido XD Mi chiedevo come avrebbe reagito a lungo andare senza i Promare e soprattutto con un idiota come Galo come fidanzato e questo è il risultato XD



I rischi del mestiere da Vigile del Fuoco erano tanti e Lio li aveva tutti messi in conto quando aveva deciso di seguire i corsi e di entrare, in seguito, a far parte della Burning Rescue. Lo aveva fatto per aiutare la città oltre che per dimostrare alla popolazione, ancora sospettosa e spaventata, che anche un ex-Burnish poteva avere il diritto ad una vita normale.

E come lavoro, doveva ammetterlo, gli piaceva. Il team era solido e, cosa non meno importante, poteva passare molto tempo con Galo. Eppure non poteva fare a meno di sentirsi sempre nervoso quando trillava la campanella d'allarme della sede, e di provare addirittura un po' di timore alla vista dei palazzi mangiati dalle fiamme.

Senza più i Promare, lui era come tutti gli altri. Poteva bruciarsi, le sue ferite non si sarebbero più rimarginate senza lasciare traccia e, ovviamente, sarebbe potuto morire. Era un pensiero che lo lasciava atterrito sulle prime, ma che non era mai abbastanza forte da impedirgli di fare il suo dovere.

Tuttavia, vi era sempre una sorta di eccezione, ed il suo compagno, Galo, lo era.

Stupidamente eroico non sembrava mai pensarci due volte prima di lanciarsi all'interno degli edifici in fiamme e Lio, nel vederlo sparire dentro quelle fornaci, non poteva ogni volta non trattenere il fiato.

Esattamente come stava facendo in quell'istante, mentre faceva correre gli occhi da una parte all'altra dell'edificio in fiamme alla ricerca di Galo.

Erano stati chiamati un quarto d'ora prima per una fuga di gas che aveva causato un'esplosione in prossimità di alcune villette a schiera, ed avevano appena finito di tirare fuori le persone intrappolate all'interno delle loro abitazioni quando Aina, agitata, annunciò loro la presenza di un'altra fonte di calore umano all'interno di una casa.

Era piccola e solo in quel momento gli strumenti erano stati in grado di individuarla, e Galo aveva agito come sempre senza attendere l'autorizzazione di Ignis o qualsiasi altra cosa.

Aveva infatti lanciato un'occhiata all'apparecchiatura di Aina, e dopo aver immerso abbondantemente in acqua una delle coperte dei medici, si era lanciato contro una delle finestre dell'abitazione, sfondandola con il suo corpo.

Lio era rimasto puntualmente paralizzato da quel gesto tanto folle, e solo grazie all'esclamazione di Remi riguardante dei getti d'acqua di copertura, riuscì a puntare verso quell'abitazione la pompa che stava utilizzando.

"Esci razza di idiota. Esci!", si era ritrovato puntualmente a pregare, trattenendo il respiro e dandosi anche dell'idiota per via di quella paura.

Se solo ci fossero stati ancora i Promare si sarebbe lanciato lui stesso dentro quella casa, o avrebbe fatto in modo che le sue fiamme proteggessero Galo. Avrebbe fatto qualcosa in più che non fosse indirizzare il getto d'acqua su quella casa e aspettare qualche movimento o segno di vita, che fortunatamente parve arrivare qualche attimo dopo proprio sulla porta già sfondata della villetta.

Galo, con addosso la coperta rubata poco prima, aveva appena fatto la sua comparsa sull'uscio dell'abitazione. Tra le braccia aveva un piccolo fagottino azzurro che si agitava e strillava per lo spavento.

Solo in quel momento Lio si permise di lasciarsi andare ad un lungo sospiro di sollievo, osservando i medici affrettarsi per soccorrere non solo il neonato appena salvato da Galo ma anche quest'ultimo.

«Sto bene! Sto bene!», rise il ragazzo con un ampio sorriso, rifiutando le attenzioni mediche, «La mia anima brucia di più di questo incendio! Prendetevi cura di questo piccoletto!»

«Sei un idiota, ecco cosa sei!», ribatté Aina, dando in parte voce ai pensieri di Lio.

«Dovevo salvare quel bambino», rispose Galo, allontanandosi dai medici per affiancare i suoi compagni.

«Ma dovresti aspettare che Ignis ti dia l'autorizzazione di agire», lo riprese Lio, «Remi sarebbe potuto entrare con il suo mezzo».

«Agisco prima di pensare!», si difese l'altro.

«Lo so», sospirò in risposta, dandogli un pugno sulla spalla e concedendosi un piccolo sorriso, «sei pur sempre il Vigile del Fuoco Idiota Numero Uno».

Galo rise subito.

Forse le sue paure sarebbero rimaste ancora a lungo ma Galo era con lui, il Team era con lui, e tutto il resto non aveva peso.

 
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Fandom: Pokémon

Personaggi: Minaki, Matsuba

Rating: SFW

Parole: 765

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Minaki mi da l’idea di essere un dito al culo come findanzato… e lo amo per questo XD


Era un'occasione più unica che rara il ritrovamento in natura delle uova dei Pokémon di tipo Spettro perché, generalmente, erano molto riservati e le coppie sembravano non gradire l'intervento umano. Per quel motivo Matsuba sapeva di potersi ritenere estremamente fortunato, oltre che onorato, per la fiducia che quei sembravano nutrire nei suoi confronti, un sentimento così forte che il più delle volte quegli esemplari gli permettevano di trovare i loro nidi senza incorrere in trabocchetti o trappole.

Era diventato, in un certo qual modo, uno di famiglia per quei Pokémon e sapevano benissimo di poter contare su di lui in caso di pericolo. Infatti, non era per niente raro per il giovane Capo Palestra il dover lasciare la sua calda e rassicurante dimora per correre nel Bosco che circondava Enju durante qualche temporale particolarmente violento.

I Pokémon fidavano di lui, ed era un suo compito assicurarsi che i nidi e le uova fossero al sicuro, tant'è che alcune volte si era anche ritrovato a portare con sé delle uova quando i rifugi dei Pokémon Spettro venivano distrutti o resi impraticabili.

Esattamente come in quell'istante, mentre teneva avvolto nella sua sciarpa un uovo di Misdreavus e faticava a causa del vento a ripercorrere la strada verso la città. Dovette fare più di una pausa per la stanchezza, ma alla fine riuscì ugualmente a raggiungere la sua abitazione con l'uovo illeso. Era bagnato da capo a piedi, ma quanto meno l'uovo non aveva subito danni.

«Matsuba?», la voce assonnata di Minaki lo fece sussultare e si sforzò di sorridere quando il suo compagno apparve nel corridoio sfregandosi un occhio, «Dove eri finito?», chiese confuso.

«Ho recuperato un uovo nel Bosco, torna pure a letto mentre lo porto nella nursery e mi do una sistemata», rispose con dolcezza.

Minaki, improvvisamente più sveglio, lo guardò male.

«Potevi svegliarmi!», esclamò, raggiungendolo ed iniziando poi a spingerlo senza troppi complimenti verso il bagno, «Prima cambiati, mettiti qualcosa di asciutto! Mi occupo io dell'uovo! Se ti prendi un raffreddore io sarò il primo ad essere contagiato! Te ne rendi conto?!»

Matsuba rise, ma non si lamentò.

«D'accordo», accettò, permettendo all'altro ragazzo di prendere l'uovo. Minaki assunse subito un'espressione tanto soddisfatta quanto attenta, conscio della delicatezza che doveva riservare per quell'uovo.

Fece subito qualche passo verso la nursery e, prima di sparire alla vista del giovane Capo Palestra, quest'ultimo lo sentì esclamare anche un imperativo: «E asciugati i capelli!», che fece ridere ancor più forte Matsuba.

Minaki era sempre stato così. Era abituato al suo atteggiamento e gli piaceva proprio per quello.

Rimasto solo, Matsuba si concesse una doccia calda, e dopo aver indossato un piacevole accappatoio caldo, iniziò ad asciugarsi i capelli con cura - non voleva né far adirare Minaki né tanto meno prendersi per davvero un raffreddore.

Canticchiò a labbra strette uno dei motivetti che aveva sentito quella stessa sera dalle Kimono Girl, ritrovandosi però poi a sussultare quando alle sue orecchie giunse un agitato: «Matsuba! Corri!»

Preoccupato, lasciò cadere il phon e corse nella nursery, nella quale trovò non solo una coppia di Mismagius che svolazzava in cerchio con fare esagitato, ma anche Minaki inginocchiato per terra davanti all'uovo di Misdreavus che aveva iniziato a venire scosso da dei sussulti.

«Si sta per schiudere!», spiegò Minaki con tono esaltato e gli occhi che brillavano per la gioia.

Matsuba si illuminò a sua volta, affiancandolo rapidamente per avere un posto in prima fila per quell'evento.

«Per fortuna che l'ho portato qui, il nido era a rischio», mormorò, lanciando un'occhiata ai due genitori agitati prima di rivolgere tutte le sue attenzioni sull'uovo.

«Mh-mh», rispose l'altro senza degnarlo di uno sguardo, tenendo gli occhi fissi sul guscio che si stava crepando sempre di più.

Trascorsero dei minuti quasi interminabili ma alla fine, in un bagliore quasi accecante, l'uovo si schiuse del tutto mostrando un piccolo Misdreavus che, ancora confuso, rotolò sul nido artificiale per poi iniziare a guardarsi attorno con gli occhi sgranati e curiosi.

I due genitori si fiondarono subito su di lui, emettendo versi felici, e Matsuba non poté non sentire il cuore sciogliersi per la felicità e l'emozione.

Aveva salvato tante uova e ne aveva viste altrettante schiudersi, ma ogni volta gli sembrava quasi la prima, ed era certo che anche Minaki la pensasse al suo stesso modo.

Infatti non si sorprese quando l'altro ragazzo si appoggiò a lui con un sorriso mentre osservava i due Mismagius volteggiare con il loro neonato Misdreavus.

«Ehi Matsuba...», mormorò qualche attimo dopo, strappando il giovane Capo Palestra dai suoi pensieri.

«Mh?»

«Fila ad asciugarti i capelli, o ti faccio dormire qui dentro».


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Fandom: Fire Emblem Three Houses

Personaggi: Sylvain Jose Gautier, Felix Hugo Fraldarius

Rating: SFW

Parole: 665

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Sempre riguardo la mia idea della next generation su FE3H XD


Quando a Sylvain venne permesso di entrare nella stanza di Felix venne investito dal forte e intenso odore del suo omega, familiare ma al tempo stesso differente.

Gli girò un poco la testa ma riuscì a mantenere i piedi per terra e il suo equilibrio quando i suoi occhi si posarono sulla figura del suo compagno. Aveva i capelli sciolti ed arruffati che gli cadevano sulle spalle in modo scomposto, la pelle arrossata e sudata, piena di lentiggini scarlatte. Era palesemente stremato, ma la sua espressione era soddisfatta e felice, e Sylvain sapeva benissimo che il motivo di quella gioia risiedeva nel fagottino che stringeva tra le braccia.

Fece qualche passo verso di lui, accostandosi al letto con attenzione, come se il fare un movimento azzardato o troppo rumoroso potesse spezzare quel momento quasi magico.

«Ehi», lo salutò quieto. Felix mugugnò in risposta, alzando solo per un momento lo sguardo su di lui per poi riportarlo sul neonato, avvolto in una morbida copertina bianca.

Sylvain sapeva che sarebbe diventato padre, e si era ripetuto all'infinito quelle parole, ma solo in quell'istante nel posare lo sguardo su suo figlio sentì che tutto quello era reale. Lui e Felix erano per davvero diventati genitori.

Le gambe gli tremarono e sentì addirittura gli occhi pizzicargli per l'emozione, ma in qualche modo riuscì a ricacciare indietro le lacrime.

Si sedette sul letto e, tendendo le braccia, poté finalmente prendere in braccio il neonato con attenzione ed emozione.

«È una femmina», gli disse Felix. Aveva la voce roca e stanca, d'altro canto aveva passato oltre sei ore chiuso in quella stanza, in preda ai dolori del parto... e Sylvain sentiva di ammirarlo e amarlo ogni secondo di più.

«Mh-mh», assentì osservando con un sorriso la creaturina. Era gonfia e rossa, e per quanto Sylvain si sentisse già innamorato di lei, non poté non lasciarsi sfuggire un: «Sembra un maialino con tutti questi rotolini di grasso», scherzò.

«Sylvain», la voce di Felix si fece quasi minacciosa, ma sotto sotto era possibile sentire una piccola nota divertita.

«Dico davvero, guardala!», rise piano.

«È nostra figlia».

«Sì, la nostra figlia maialina», ribatté e senza rendersene conto dai suoi occhi iniziarono a scorrere grossi lacrimoni, misti di felicità ed emozione.

Felix sospirò ma accennò un sorriso.

«Sei proprio un idiota», commentò scuotendo il capo, «ma ti pare che tu debba chiamare nostra figlia 'maialina'

Sylvain tirò su con il naso, cercando di asciugarsi il viso con il braccio senza scuotere troppo la neonata.

«Lo è... ma è ugualmente bellissima», pigolò, incapace di nascondere ulteriormente la sua commozione ed emozione, «grazie Fe...»

«Fai bene a ringraziarmi. Perché non lo farò mai più», rispose deciso l'altro, «comunque... quali nomi avevamo pensato?», aggiunse poi, cercando di sviare il discorso, e Sylvain fu certo di aver visto anche nei suoi occhi brillare un primo accenno di lacrime, ma ovviamente decise di non commentare.

«Per le femminucce avevamo pensato al nome di tua madre e di mia nonna paterna», rispose, «Blanche Isolde».

Felix storse il naso.

«No, non mi piace per niente», borbottò, strappando una bassa risata a Sylvain.

«Va bene, va bene... quello di mia madre e di tua nonna materna. Millicent Lynette»

«Perdonami, ma non chiamerò mai mia figlia come tua madre», sbottò ancora Felix.

«Non è carino Milly come diminutivo?», scherzò.

«Perché non la chiamiamo come mia zia? Belinda?»

Sylvain emise un verso.

«Ti prego no», mugugnò, riprendendo poi con i nomi che avevano scelto in precedenza, «avevamo anche il nome di mia nonna materna e tua nonna paterna, Guineviere Helena»

A quella proposta il suo compagno emise un vago verso di approvazione.

«Così si inizia a ragionare», accettò Felix, annuendo e sistemandosi meglio contro i cuscini del letto.

«Quindi approvato?»

«Approvato», mormorò Felix socchiudendo gli occhi.

Il sorriso di Sylvain si allargò estasiato, e dopo aver guardato di nuovo la neonata, annunciò con tono solenne - ma altrettanto divertito -, il suo nome completo: «Allora benvenuta, Lady Maialina Guineviere Helena Fraldarius-Gautier».

«Sylvain... sei un idiota».


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Fandom: Fire Emblem Three Houses

Personaggi: Dorothea, Petra

Rating: SFW

Parole: 625

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Petra e Dorothea sono delle bambine preziose e le amo çAç


Dorothea non aveva mai preso in considerazione l'idea di diventare 'madre'. Non si era mai sentita realmente tagliata per quel ruolo e, cosa non meno importante, non aveva neanche mai sentito il bisogno di rovinare il suo corpo con una gravidanza. Certo, i bambini le piacevano, ma non voleva diventare madre e di quello ne era sempre stata certa.

Tuttavia, le era bastato vedere Ingrid in attesa del suo primo figlio - la forte e fiera Ingrid, con le sue storie di cavalieri ed eroi -, per sentire uno strano formicolio nel petto: un bisogno che aveva ignorato fino a quel momento.

Inizialmente non era stata in grado di comprendere quel suo desiderio, ma a lungo andare le era risultato impossibile non giungere alla sofferta conclusione del: "Voglio diventare madre".

Aveva insultato i suoi ormoni e anche se stessa per averla portata a formulare quel pensiero, aveva cercato di ignorarlo... inutilmente. Le bastava vedere anche solo una coppietta felice con un bambino per sentire il suo cuore fare delle capriole.

Voleva un figlio e stava diventando sempre più complicato riuscire a nasconderlo, di conseguenza si costrinse ad affrontare quel discorso con Petra.

La sua compagna faceva parte di quell'elite di persone che erano state benedette da un 'secondo genere'. Petra, infatti, era un alfa.

Dorothea aveva sempre detestato i 'secondi generi' tanto quanto i 'segni', ma in quell'istante si sentiva quasi fortunata all'idea che la sua compagna possedesse non fosse una beta come lei, perché esistevano delle possibilità - che sarebbero potute aumentare con la magia e delle erbe, si era documentata a riguardo - che Petra potesse riuscire a metterla incinta.

Erano rari i casi, ma non impossibili. Dovevano solo tentare e ritentare - e, di certo, sarebbe stata un'attività piacevole per entrambe.

Il problema tuttavia sorgeva altrove, perché per quanto Dorothea fosse abile con le parole oltre che schietta, si trovò in netta difficoltà nel momento di confidare il suo desiderio a Petra.

Sapeva benissimo che la sua compagna avrebbe accettato e che anzi, sarebbe stata addirittura felice di poter dare finalmente un erede alle Brigid, però dalla sua bocca non voleva proprio uscire la frase: «Voglio un figlio».

Le sembrava quasi una parolaccia o una bestemmia, tant'è che imbarazzata si ritrovò a biascicare cose del tipo: «Sai... ecco, mi piacerebbe davvero tanto avere... un cucciolino. Intendo, un mini esserino da crescere e coccolare. Da amare insieme a te... capisci quello che voglio?»

E Petra, che era la persona più dolce e carina che avesse mai conosciuto, le aveva rivolto un sorriso luminoso e aveva annuito, stringendole la mano.

«Certo. Una bestiolina tutta nostra! Ci penso io», aveva risposto e Dorothea aveva per davvero creduto e sperato che Petra - la sua amata e adorata Petra -, avesse realmente compreso. Ma non era così.

Alle volte dimenticava quanto la sua compagna fosse solita prendere le cose in po' troppo alla lettera e quando aveva nominato una 'bestiolina' non si stava di certo riferendo in modo scherzoso ad un bebè.

E quando aveva detto, con orgoglio, che ci avrebbe pensato lei, Dorothea aveva immaginato si trattasse della ricerca delle erbe della fertilità e non della ricerca di un vero e proprio animaletto da allevare. Ed infatti neanche qualche giorno dopo, Petra si era ripresentata a lei con un cucciolo di pegaso, bianco come la neve, tra le braccia e in viso un'espressione felice ed esaltata.

«La nostra bestiolina», aveva annunciato e Dorothea si ritrovò suo malgrado ad affrontare la dura realtà. La prossima volta sarebbe dovuta essere decisamente più diretta e chiara, ma per il momento si sarebbe accontentata di allevare quel cucciolo di pegaso, perché per quanto fosse estremamente lontano dalla sua idea di 'figlio', non poteva di certo negare che fosse adorabile.


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Fandom: Pokèmon 

Personaggi: Dandel, Laburno

Rating: SFW

Parole: 540

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Dedicata a Tatsu che voleva una RaiLeo!


Quella era la prima volta, da quando era nata Alani, che Dandel la lasciava da sola con Laburno. E per quanto si fidasse del suo compagno, non poteva fare a meno di sentirsi un poco agitato all'idea di dover restare per mezza giornata lontano da sua figlia.

Sapeva perfettamente che Alani si trovava in ottime mani perché Laburno era un padre fantastico e attento, ma... Alani era anche figlia sua e Dandel voleva restare con lei in ogni secondo della sua esistenza.

«Sei diventato un padre iper-protettivo», lo prendeva in giro Hop, e Dandel, senza alcuna vergogna rispondeva di sì, era diventato iper-protettivo ma non poteva farne a meno: Alani troppo piccola e adorabile, andava per forza protetta.

In ogni caso, per quanto avesse tentato di delegare e di rimandare i suoi impegni, Dandel si era ritrovato non solo a dover partecipare di persona ad una riunione con gli altri membri dello staff della Torre Lotta, ma anche a verificare con il team di manutenzione il funzionamento di alcuni strumenti. Tutte cose che gli avrebbero portato via ore e ore della sua vita.

"Chissà se ora Laburno le sta dando da mangiare", si chiese guardando distrattamente l'ora.

"Sicuramente ora starà cercando di farla addormentare... ci riuscirà senza di me?", proseguí quindici minuti dopo.

"Sentirà la mia mancanza?", si domandò infine neanche due minuti dopo, emettendo un verso disperato che attirò su di sé gli sguardi di tutti i presenti alla riunione.

Imbarazzato, Dandel arrossì un poco.

«Scusate, ero distratto», si scusó, ridacchiando e grattandosi la nuca.

«Forse è meglio prendere una pausa, così magari ci rinfreschiamo le idee...», propose una ragazza con gentilezza, sorridendo a Dandel.

«Si è magari chiamiamo a casa per sapere come sta nostra figlia», aggiunse un'altra, con tono malizioso e divertito, strappando una risata a tutti i presenti, Dandel compreso.

Si trovarono in ogni caso tutti d'accordo nell'accettare quella pausa, e il giovane uomo si fiondó subito nel giardino della Torre, con il cellulare in mano.

Furono tuttavia delle notifiche a impedirgli di digitare il numero di casa e ad attirare tutte le sue attenzioni.

Provenivano da InstaPokè ed erano tutte appartenenti a Laburno.

Era facile intuirne il contenuto ed infatti, nell'aprire pagina dell'account del suo compagno vide apparire una lunga sfilza di foto fatte ad Alani.

Alani con il suo peluche preferito.

Alani con una cuffietta con le orecchie di Eevee.

Alani che dormiva sbavando.

Alani. Alani. Alani. Era lei l'adorabile protagonista assoluta di quelle foto.

In qualche modo Dandel riuscì ad evitare di emettere un "awwww" estasiato, ma non poté fare a meno di sentire il suo cuore riempirsi di gioia e amore - e sentire anche il bisogno di richiamare Charizard e pregarlo di riportarlo a casa dalla sua famiglia.

Una nuova notifica però lo costrinse a riportare lo sguardo sullo schermo: Laburno aveva appena pubblicato una storia.

La aprì curioso e per poco non gli volò via il cellulare dalle mani mentre veniva scosso dalle risate.

Sullo schermo vi era il viso disperato di Laburno e tante emoticon a forma di cacchetta a formare un cuore sopra il visino di Alani, e la scritta: "Mi avevano detto che fare il genitore era un lavoro duro. MA NON AVEVANO PARLATO DEL LAVORO SPORCO".

Asmar

Feb. 22nd, 2020 05:42 pm
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Fandom: Fire Emblem Three Houses

Personaggi: Claude Von Riegan, Byleth Eisnar, Dimitri Alexandre Blaiddyd

Rating: SFW

Parole: 520

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Nella mia next gen di FE3H, Dimitri, F!Byleth e Claude sono una bellissima 3some


«Lo so che avevamo detto niente cuccioli fino a quando Yasmin non sarà più grande…», esordí Claude, tenendo in un braccio la figlia e nell'altro un cucciolo di viverna dalle squame castane, «ma Yasmin adora Asmar. Non sono carini insieme?»

«Asmar è il mio migliorissimo amico!», trilló a sua volta la bambina, dando prontamente man forte a suo padre contro gli altri due genitori. C'era da dire che si somigliavano fin troppo con la loro pelle scura e lo stesso guizzo furbo negli occhi, e Dimitri suo malgrado sapeva di avere un debole per loro.

In cuor suo si sentí diviso tra l'accettare - e rendere in questo modo felice sia suo marito che la figlia - e il dover fare l'adulto responsabile, perché Yasmin era ancora piccola e una viverna come animale di compagnia era… pericoloso.

Era una scelta tanto ovvia quanto difficile e, forse Claude lo avrebbe definito un codardo, ma preferì di gran lunga far gravare quell'incresciosa scelta sulle spalle di Byleth.

Claude forse sarebbe riuscito a convincere lui - Yasmin ne sarebbe stata in grado senza ombra di dubbio -, ma con Byleth i loro occhioni color smeraldo non avrebbero mai funzionato.

La donna infatti li stava fissando con un'espressione seria e severa, con le mani cinte sotto l'ampio ventre come per sorreggere il peso del principino - o principessina - che sarebbe arrivato da lì a un mese. Era bellissima e se Dimitri era debole a Claude e alle fossette di Yasmin, poteva giurare che il suo compagno lo fosse per Byleth che da sempre, anche ai tempi dell'Accademia, era l'unica ad essere in grado di placare i suoi continui scherzi e trabocchetti.

«Byleth… mia amata~», esordí Claude, sfoderando un sorriso. Aveva chiaramente compreso il piano di Dimitri.

«Ti prego mammina! Se non teniamo Asmar che fine farà? Non possiamo abbandonarlo! È parte della famiglia», esclamò Yasmin, abbracciando la piccola viverna che si sciolse in un gorgoglio simile a delle fusa - stava anche scodinzolando, notó Dimitri.

«Avere un animale è una responsabilità», dichiarò Byleth, con voce calma e seria.

«Gli darò da mangiare e lo puliró!», ribatté prontamente la bambina, che un quanto a testardaggine poteva aver preso solamente da Byleth, «E Baba mi aiuterà, vero?», gli occhioni verdi di Yasmin si spostarono su Claude, carichi di aspettativa e desiderio. 

Quella bambina li aveva tutti in pugno e Dimitri, nascondendo un sorriso, non poté non sentirsi vagamente fiero di lei.

«Ma certo amore, ci prenderemo cura insieme di Asmar… sempre se tutti sono d'accordo~»

Byleth sospirò.

«E sia», accettó, «ma ricordati che una viverna non è un giocattolo… è un essere vivente e in quanto tale non puoi abbandonarlo se ti sarai annoiata o se penserai che sarà troppo difficile curarlo».

Yasmin assunse un'espressione più seria, la bocca imbronciata e le sopracciglia aggrottate, ed annuì con convinzione. Alle volte, si disse Dimitri, sembrava molto più matura della sua età ed era davvero fiero di lei.

A quel punto, non riuscì neanche più a nascondere il suo sorriso, che divenne una profonda risata quando Claude, guardandolo, sillabó solo con le labbra un divertito: "Codardo".
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Fandom: Kuroko no Basket

Personaggi: Haizaki Shougo, Nijimura Shuuzou

Rating: SFW

Parole: 510

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Non credo sia possibile immaginare questi due come genitori normali LOL


Haizaki Shougo sapeva di essere un ottimo padre. Lo era senza 'se' e senza 'ma'. Lo era punto e basta.

Perché non aveva mai avuto un padre - quello stronzo che aveva abbandonato la sua famiglia non era definibile 'un genitore' - e sapeva benissimo che che cosa gli era mancato e cosa no, ed erano cose che non avrebbe mai e poi mai negato a suo figlio.

In ogni caso, per quanto fosse sicuro delle sue abilità e capacità genitoriali, nessuno lo aveva preparato a quello. Neanche la sua cazzutissima madre, che per lui era la donna più forte del mondo.

Era nella nursery, braccia incrociate davanti al petto ed un'espressione seria e al tempo stesso confusa in viso… perché davanti a lui, disteso con le chiappette rosee all'aria, c'era suo figlio di pochissimi mesi.

Aveva fatto tutto bene fino a quel momento. Gli aveva tolto il pannolino sporco, lo aveva pulito e lavato ed ora il suo culetto rosa profumava come una pesca.

La cacca non lo preoccupava né spaventava… il suo problema era ben altro: fargli indossare il pannolino.

Non che Keiichi fosse problematico - era un angelo -, ma Haizaki sapeva benissimo quanto un pannolino messo male poteva creare disastri e non voleva trovarsi pieni di cacca o pipì.

Generalmente era Shuuzou a occuparsi del cambio di pannolino, ma avevano discusso - non ricordava neanche per quale stronzata - e alla fine suo marito si era rifiutato di cambiare il neonato con un: «Visto che sei tanto bravo, fallo da solo».

E la situazione era quella. Non sapeva come fare e non voleva ammetterlo, perché significava dover accettare la sconfitta e se c'era qualcosa che Shougo odiava era proprio quello.

«Stupido Shuuzou», borbottò afferrando un pannolino per rigirarlo tra le mani e capire quale fosse il davanti e quale il dietro, «tu e il tuo orgoglio del cazzo».

Riuscì, grazie a delle frecce, a comprenderne il verso e dopo averlo aperto lo piazzó sotto Keiichi - che aveva iniziato a succhiarsi i piedi.

«Quel bastardo vedrà. Io sono in grado di fare tutto, vero Keiichi?», proseguì, seguendo le linee guida presenti nella confezione del pannolino con attenzione.

Continuó a borbottare e imprecare a mezzavoce, emettendo infine un verso di vittoria quando completò il suo compito. Fece un passo indietro, per ammirare la sua opera, e a quel punto non poté non esclamare un: «Ecco fatto! Quel coglione di tuo padre dovrà ricredersi!»

«Ho perso il conto di quante parolacce hai detto negli ultimi cinque minuti davanti a nostro figlio».

Haizaki sussultó e si voltó di scatto verso la porta dove vide la familiare figura di Nijimura, con in viso un sorrisetto compiaciuto.

«Ridi ridi, ma ho vinto io. Guarda!», ribatte, prendendo in braccio Keiichi per mostrarlo a Shuuzou con orgoglio.

Quel movimento però fu fatale e il pannolino che aveva fatto indossare al neonato cadde per terra… cosa che non solo lo fece imprecare rumorosamente ma che fece pure scoppiare a ridere Nijimura.

Shuuzou aveva vinto la battaglia, quello Shougo doveva ammetterlo, ma non la guerra.

 
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Fandom: Pokèmon

Personaggi: Beet, Hop

Rating: SFW

Parole: 520

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Potranno sembrare OOC, ma sono due adulti e per me la loro relazione è… stupida XD e rosa. Soprattutto rosa LOL


Beet, neanche volendolo, sarebbe riuscito a negare l'adorabilità della scena che gli si presentó davanti al suo rientro a casa.

Yvette gorgogliava felice tra le braccia di Hop, tendendo le piccole e paffute manine verso un sonaglio a forma di Wooloo che il padre doveva averle preso da Furlongham.

Erano carini e il cuore di Beet fu sul punto di sciogliersi per la felicità - amava la sua famiglia -, ma al tempo stesso non poté non emettere un sospiro esasperato.

«Sei serio? Un altro sonaglio?», domandò, scuotendo il capo con una mano sul fianco.

Gli occhioni dorati del suo compagno di sollevarono verso di lui, innocenti e divertiti.

«L'ho visto al mercatino di paese e ho pensato che le sarebbe piaciuto», rispose sincero.

«Le piace a prescindere. Non capisce neanche che cosa è ma da rumore. È ovvio che le piaccia», ribatté Beet.

Non che Hop avesse fatto chissà quale crimine impronunciabile, ma da quando era nata Yvette non aveva fatto altro che acquistare giochi, bambole e sonagli, che puntualmente venivano dimenticati con l'arrivo del nuovo giocattolino.

«Le piace perché è un Wooloo», si difese Hop senza smettere di sorridere, «vero Yvette?»

La piccolina, che finalmente era riuscita ad afferrare il sonaglio, lo infilò in bocca succhiandolo con un'espressione beata.

«Per me questo è un sì», decretò con sicurezza, sistemandosi meglio tra le braccia la figlia.

Beet sospirò ancora.

«D'accordo… ma smettila con lo shopping complulsivo», lo riprese ancora, sperando di convincere Hop a porre fine a quegli acquisti sconsiderati.

Trovava dolce l'affetto e le attenzioni che venivano rivolte a Yvette - anzi, amava che Hop fosse così affettuoso nei confronti della loro bambina, perché era in quel modo che Beet aveva sempre sognato che fosse una vera e propria famiglia -, ma tutti quei giocattolini per qualcuno che era pronto a succhiare anche una scarpa erano troppi.

«Shopping compulsivo? Compro solo ciò che penso le piaccia, non vado a svuotare le bancarelle o i negozi», esclamò, socchiudendo gli occhi in un'espressione furba, «e poi non sono mica io quello che ha comprato un intero guardaroba rosa giusto due giorni fa».

Colpito nel segno, Beet sgranó gli occhi portandosi una mano al petto con fare quasi teatrale, pronto a difendere i suoi acquisti, ben più utili di quel sonaglio.

«Vuoi davvero mettere a paragone degli indumenti con dei giocattolini? I vestiti le servono», ribatté, «sta crescendo e ciò che indossa ora non le starà tra un mese. Per non parlare del fatto tra un po' inizierà l'inverno e dovrà indossare abiti più pesanti. Inoltre il rosa è il suo colore, sta bene con la sua carnagione e pretendo che mia figlia sia sempre perfetta».

«Lo so. Ma hai letteralmente svaligiato il negozio di Goalwick!», rise Hop, cullando Yvette.

«Questi… sono dettagli», borbottò Beet, piegando però le labbra in un piccolo sorriso.

«Facciamo che siamo pari?», domandò Hop, alzandosi finalmente in piedi per poter baciare la fronte del suo compagno.

Beet chiuse gli occhi, sollevando il viso per potersi prendere un vero bacio.

«Va bene», mormorò alla fine.

La sua famiglia era così adorabile che… poteva sopportare anche l'ennesimo sonaglio.


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Fandom: Fire Emblem Three Houses

Personaggi: Ingrid Galatea, Ashe Duran

Rating: SFW

Parole: 590

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Avevo letto un articolo riguardo il “bonding” tra neonati e animali e qui l’ho portato un po’ all’estremo XD


Connor si muoveva irrequieto tra le braccia di Ashe e quest'ultimo, ad essere onesto, non poteva che sentirsi d'accordo con lui. Perché ad ogni passo verso Ingrid e il suo Pegaso, Ashe sentiva la tensione crescere e nella sua mente continuava a formarsi all'infinito sempre la stessa frase: "Pessima idea, questa è una pessima idea".

Amava Ingrid ma non era certo che Connor fosse 'abbastanza grande' per poter essere presentato ad Arya, il Pegaso di sua moglie.

Conosceva Arya e sapeva benissimo che si trattava di un animale docile e fedele, ma non... non ne era realmente convinto.

«Connor adorerà Arya. E lei amerà nostro figlio», gli aveva detto Ingrid la sera prima, quando avevano discusso sull'argomento. Era nato tutto dal bisogno della sua compagna di tornare a volare, e Ashe poteva comprendere quel desiderio. Gli ultimi mesi di gravidanza erano stati davvero pesanti per lei, ma da lì a voler presentare Connor al Pegaso, beh: era ben diverso.

Era certo che Ingrid avesse ragione nel dire che i due sarebbero andati d'amore e d'accordo, ma Connor aveva solo un mese ed era davvero troppo piccolo.

«Ingrid... sei sicura?», le chiese un po' incerto, mentre la donna accarezzava con affetto il muso e la criniera di Arya, che nitrì per la gioia. A quel verso il bambino sobbalzò emettendo un vago verso che Ashe sperò di non dover interpretare come paura.

«Oh Ashe, non ti sto mica chiedendo di poterlo portare a volare con me», rise lei, «quello tra qualche anno», aggiunse ridendo ancora più forte, forse a causa dell'espressione terrorizzata che Ashe non riuscì a nascondere.

«Connor però... mi sembra a disagio», spiegò, cullando il piccolino come per calmarlo.

«Forse perché sente la tua tensione», ribatté Ingrid, «mia madre mi aveva presentato il suo pegaso neanche due settimane dopo la mia nascita, e guardami ora».

Ashe sospirò e annuì. Aveva letto che far legare gli animali ai neonati era una cosa buona per l'apprendimento di questi ultimi, e forse Ingrid aveva ragione: era lui ed essere troppo nervoso.

Ma non poteva farne a meno. Connor era il suo piccolo tesoro e quel Pegaso, anche se addomesticato, era gigantesco se messo a confronto con lui.

«Andrà tutto bene, lo sai», riprese Ingrid, lasciando Arya per potersi avvicinare ad Ashe, sporgendosi verso di lui per baciarlo dolcemente sulle labbra, «non permetterei mai che qualcosa accadesse a nostro figlio», concluse, accarezzando la testolina del più piccolo.

Sorrideva sicura di sé e Ashe non poté non lasciarsi contagiare da quella sicurezza, permettendole di prendere Connor in braccio.

«Lo so», annuì infine, «ma stai attenta, okay?»

«Ovviamente», rispose prontamente e con decisione la giovane donna, voltandosi a quel punto verso Arya, rimasta in attesa e forse un poco curiosa.

Ingrid fece un primo passo verso di lei e Ashe, iniziando a torturarsi le mani, li fissò con il fiato sospeso.

«Arya questo è Connor. Ti ho già parlato di lui. È figlio mio e di Ashe, e sarà tuo compito proteggerlo e trattarlo come uno di famiglia», mormorò con dolcezza Ingrid, permettendo al Pegaso di avvicinarsi per annusare il piccolino.

Connor emise un versetto che fece sussultare Ashe ma che si rivelò essere un mugolio divertito nel sentire il respiro caldo dell'animale sul viso. Arya nitrì a sua volta e Ingrid ridacchiò, lanciando un'occhiata al suo compagno.

«Vedi, è andato tutto bene».

Aveva ragione e lo stesso Ashe si sciolse in un sorriso.

«Sì, ma per farlo volare aspetta almeno che abbia dieci anni, okay?»

Ingrid a quel punto scoppiò di nuovo a ridere.


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Fandom: Fire Emblem Three Houses

Personaggi: Felix Hugo Fraldarius

Rating: SFW

Parole: 675

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. Sempre la next gen. Bla bla bla. Mi piace scrivere degli ipotetici figli delle mie otp XD


Tristan Glenn Fraldarius-Gautier era un ragazzino introverso, che nascondeva dietro quel suo essere così silenzioso un carattere complicato, non tanto diverso da quello di Felix.

Parlava raramente con gli estranei e sembrava detestare come non mai l'idea di dover apparire in pubblico, infatti per lui le varie feste comandate - che fossero di compleanno o religiose - erano fonte di grande stress.

Per quel motivo, non gli importava dove fosse, cercava sempre di fuggire da quegli eventi, trovando ogni volta motivi sempre più ingegnosi per darsela a gambe e trovare un posto pacifico dove trascorrere il resto della serata.

Cosa che, ovviamente, avrebbe fatto anche in quel preciso istante. Non gli importava che fosse il compleanno di sua sorella, lui aveva ben altro da fare - poi che cosa c'era di interessante nel vederla scartate dei regali e atteggiarsi come se fosse una principessa?

Di conseguenza, aveva atteso che tutti fossero impegnati a lodarla con dei zuccherosi "Quanto sei carina con quell'abito", per scivolare fuori dalla sala.

Era certo che nessuno lo avesse visto e, accennando un minuscolo sorriso, andò dapprima verso le cucine - nelle quali rubò latte e pane -, per poi dirigersi verso il suo vero obiettivo: le stalle. Non che fosse realmente interessato ai cavalli, ma era lì che avrebbe trovato cucce dei cani.

Due lune prima, Cassiopea, aveva dato alla luce la sua prima cucciolata e non vi era giorno durante il quale Tristan non amasse soffermarsi lì a portarle un po' di latte - e altre leccornie -, e a coccolare i suoi cinque cucciolini. Era il suo passatempo preferito, al punto che si era anche preso la briga di rinominarli tutti.

Caph, Segin, Ruchbah e Archird i maschietti e infine Shedir, l'unica femminuccia.

Si accucciò per terra, chiamando Cassiopea con un tono dolce che era solito rivolgere solo a lei o ai suoi cuccioli.

La cagnolina uscì dalla sua cuccia, scodinzolando felice. Gli balzò subito addosso, leccandogli il viso con gioia e trasporto, cosa che strappò al ragazzino una risata.

«Ehi! Dai! Così rischi di farmi cadere la bottiglia di latte!», si lamentò senza però troppa convinzione.

Cassiopea si mise seduta, la lingua di fuori e la coda che continuava a muoversi rapida a destra e sinistra.

Le accarezzò il musetto e versò nella ciotola il contenuto della bottiglia, aggiungendovi poi il pane che aveva preso, certo che la cagnolina avrebbe gradito quelle attenzioni. Infatti, Cassiopea non attese oltre e si fiondò a mangiare, permettendo a Tristan di poter finalmente coccolare i suoi cuccioli.

«Presto porterò qualcosa anche a voi. Ma è ancora presto, dovete essere svezzati», spiegò accarezzando il musetto di Caph e prendendo in braccio Shedir.

Ignorando totalmente l'abito elegante che era stato costretto a indossare, Tristan si sedette per terra, lasciando che i cuccioli lo usassero come cuscino o come 'terreno esplorabile'.

Si sentiva bene lontano dalla festa e da tutti quei rumori molesti e persone, delle quali non gli importava niente, che cercavano di parlare con lui. Trovava molto più gradevole la compagnia di quegli animali... ma sfortunatamente non aveva fatto i conti con suo padre, l'unico in grado di scoprire - quasi sempre - le sue fughe.

Infatti gli bastò sentire un basso «Tristan», per sussultare e voltarsi colpevole verso la familiare figura di Felix, suo padre, che con le braccia incrociate al petto lo fissava serio.

«P-padre...», pigolò, senza sapere esattamente come giustificarsi - anche perché, non era la prima volta che accadeva.

Felix scosse il capo.

«Vai a cambiarti, rischi di rovinare quegli abiti», commentò, accennando un piccolo sorriso.

«Ma...», Tristan lo guardò incredulo e sorpreso.

«Non credo riuscirò a farti cambiare idea riguardo le feste», spiegò scrollando le spalle ed aggiungendo un: «anche perché capisco quello che provi».

«Quindi... posso restare qui a giocare?», domandò speranzoso. L'uomo annuì commendando con un: «A patto che tu vada a cambiarti», prima di lasciarlo solo, certo che Tristan avrebbe ubbidito a quell'ordine.

Cosa che, ovviamente, il ragazzino non mancò di fare. Poteva fuggire dalle feste, ma non avrebbe mai disubbidito a suo padre.

 

Rispetto

Feb. 22nd, 2020 09:46 pm
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Fandom: Final Fantasy XV

Personaggi: Loqi Tummelt, Cor Leonis

Rating: SFW

Parole: 815

Prompt: Teatro/Omegaverse/Ossessione

Note:

  1. L’avrei voluta fa finire in modo “romantico”, ma alla fine mi è sembrata perfetta così. Non ho voluto snaturarla, ecco XD


 Loqi aveva sempre odiato il suo essere un omega.

Sin da bambino era stato vittima di bullismo e molestie per via del suo 'secondo genere', e solo con numerosi sacrifici e difficoltà era stato in grado di entrare nell'esercito e farsi strada fino a raggiungere il grado di Generale Brigadiere.

Aveva fatto in modo di prendere regolarmente i suoi soppressori e, nonostante l'assenza del suo ciclo di calore, non mancavano le malelingue che parlavano di 'favori sessuali'. Loqi però sapeva la verità: tutto quello che aveva ottenuto era stato frutto della sua testardaggine e delle capacità che aveva coltivato con ore e ore di allenamenti estenuanti.

I campi di battaglia erano diventati il suo teatro. I luoghi nei quali poteva mostrare ciò che aveva appreso con i suoi duri allenamenti, l'unico posto nel quale anche chi detestava era costretto a ubbidire per via del suo rango superiore.

Perché ovviamente, Loqi detestava gli alfa e il loro atteggiamento. Il loro 'secondo genere' li aveva portati a essere naturalmente dotati, ad avere un fisico adatto allo sforzo fisico e ottime doti di leadership. Erano perfetti nell'ambiente militare e si comportavano come tutto fosse loro dovuto, con supponenza e superiorità. E Loqi, per tutto quello, non poteva sopportarli.

Sconfiggere gli alfa e dimostrare le sue capacità, nonostante il suo secondo genere, era diventata la sua priorità di vita. Una sorta di pensiero fisso ed ossessivo, che trovò il suo apice con la comparsa nella sua vita di Cor Leonis.

Le loro strade si erano incrociate proprio in uno dei teatri preferiti di Loqi: le terre di Lucis. Era in quei luoghi che aveva scalato i vertici militari dell'Impero, costruendosi un nome e una fama. Di conseguenza per il giovane Generale Brigadiere l'incontro con quell'uomo era stato visto come una sorta di 'segno'.

Per Cor Leonis, che colpo dopo colpo aveva serminato il suo esercito di magitek, aveva sentito un odio e una rivalità mai provate prima. Perché Cor Leonis, l'Immortale, rappresentava per lui l'esempio perfetto dell'alfa che tanto detestava.

Era forte e temuto. Rispettato nel suo esercito, un leader imbattibile che aveva calcato i teatri di battaglia da ancora prima che Loqi stesso nascesse. E Loqi aveva desiderato distruggerlo più di ogni altra cosa, sconfiggerlo con le sue stesse mani.

Tuttavia, per quanto avesse tentato di portare a termine quella sua personalissima missione, si era ritrovato alla fine a collezionare disfatte su disfatte, rischiando più volte la morte e facendo crescere attorno a sé una fastidiosa aura di pietà e di compiacimento, soprattutto da parte di tutte quelle persone che avevano sempre cercato di distruggere la sua carriera militare. Ma Loqi non si sarebbe mai arreso, era arrivato fino a quel punto e non era disposto a fare passi indietro o a rinunciare a tutto quello che aveva conquistato con così tanta fatica.

Sconfiggere Cor Leonis era diventato il suo obiettivo di vita, una sorta di ossessione ancor più grande dell'odio che provava per gli alfa.

Si era sottoposto ad allenamenti estenuanti e duri, aveva portato il suo corpo al limite e passato notti insonni. Tutto pur di raggiungere quell'alfa e detronizzarlo.

Ma, come spesso accadeva, la realtà sapeva essere deludente oltre che estremamente assurda. Perché nel giro di pochissimo tempo tutta la vita di Loqi era stata distrutta, a partire dalle sue sicurezze fino ad arrivare all'Impero che tanto amava.

La guerra era giunta al suo apice e dopo anni di battaglie avevano finalmente conquistato Insomnia. Non aveva ancora sconfitto Leonis, ma quello era ugualmente un grande passo verso la gloria di Niflheim... ma al posto di vedere dei miglioramenti in seguito a quella vittoria, Loqi aveva visto tutto il suo mondo sgretolarsi e farsi avvolgere dall'oscurità.

L'Impero era caduto, i teatri di battaglia erano cambiati e i nemici erano diventati i suoi alleati. Lestallum era diventato l'unico luogo sicuro di tutta Eos e Loqi aveva rinunciato ai suoi sogni.

L'unica cosa positiva era il rispetto, un qualcosa che riuscì a guadagnarsi missione dopo missione, senza essere mai giudicato per il suo secondo genere.

E lo stesso Cor, l'uomo che aveva tanto detestato e desiderato sconfiggere, era diventato in un certo qual modo essenziale. Perché quando i soppressori, che Loqi prendeva regolarmente per placare il suo genere, avevano iniziato a scarseggiare, il suo istinto - e il rispetto che nutriva per Leonis -, lo aveva portato a fidarsi solamente della presenza di quell'alfa.

Non avevano legato, né avevano mai fatto qualcosa di 'sessuale', ma Cor gli permetteva di sfruttare il suo odore per calmarsi durante il calore... e Loqi aveva iniziato a provare per lui un qualcosa che non aveva mai sentito prima. Perché Cor Leonis, al contrario di tutti gli altri alfa che aveva incontrato, non eri era mai imposto nei suoi confronti. Lo aveva trattato come un guerriero e non come un omega, e per Loqi quello era importante.

Più importante di qualsiasi altra cosa.

 
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Fandom: Promare

Personaggi: Lio Fotia, Galo Thymos

Rating: SFW

Parole: 525

Prompt: Cucciolanza

Note:

  1. AVEVO BISOGNO DI UN PIZZICO D’ANGST! OKAY?

  2. A Lera, perché si merita tutto ù_ù


Helias dormiva beato sull'ampio petto di Galo che, a sua volta, si stava riposando russando quieto, con la bocca socchiusa e le braccia attorno al neonato come per evitare che gli scivolasse via nel sonno.

Fu quello il quadretto che si presentò dinnanzi agli occhi di Lio al suo rientro nell'appartamento di Galo. Li aveva trovati distesi entrambi nel letto del padrone di casa e non poté non sentire lo stomaco contorcersi per un emozione che aveva iniziato a provare solo recentemente, da quando lui e Galo avevano iniziato a vivere insieme.

La sua vita, infatti, era stata stravolta nel giro di pochissime settimane. Era passato dall'essere il boss dei Mad Burnish, nemico di Kray e di tutta Promepolis, ad esserne in un certo qual modo il suo salvatore insieme al più improbabile dei partner.

Da quella battaglia erano trascorsi poco più di quattordici giorni e per quanto la vita di tutti fosse ancora sotto sopra, Lio poteva dire con sollievo che gli ex Burnish, con il prezioso aiuto della Burning Rescue, stavano finalmente iniziando a compiere i primi passi verso la loro reintegrazione nella società. E Lio stesso, che si stava occupando delle varie scartoffie per tutti i suoi ex compagni, aveva trovato 'il suo posto', perché Galo - nella sua adorabile stupidità - si era offerto su due piedi di dividere con lui il suo appartamento.

Gli aveva dato un luogo dove vivere e da poter chiamare, almeno provvisoriamente, 'casa'... ed Helias, il neonato di pochissime settimane che era stato trovato all'interno del Parnassus, era stato un extra inaspettato.

Erano rimasti tutti sorpresi, oltre che inorriditi, quando avevano trovato quel neonato e Lio, che sentiva delle responsabilità verso tutti gli ex Burnish, non era riuscito a fare a meno di prendersene carico in attesa di trovare una famiglia adatta a quel bambino... e Galo aveva deciso, sempre con la sua genuinitià, di 'adottare' entrambi.

«Non posso mica lasciarvi per strada! Ho detto che ti avrei ospitato e posso tenere anche Helias. Che problema c'è?», aveva esclamato Galo, come se fosse la cosa più ovvia di quel mondo, quando Lio gli aveva fatto presente che sarebbe stato più che normale non voler condividere l'appartamento anche con un neonato. In fondo, era già tanto il fatto che volesse dividerlo con lui.

Ma Galo aveva un cuore grande tanto quanto la sua stupidità, e non aveva voluto sentire storie - anzi, diventava addirittura triste quando si sfiorava l'argomento del trasferimento.

Helias era diventato parte di quella routine, con Galo che lo portava con loro alla Centrale della Burning Rescue, che si prendeva cura del neonato quando Lio era occupato con gli ex Burnish. E se doveva essere onesto, Lio non avrebbe mai pensato che Galo potesse essere così bravo con i bambini, ma invece sapeva essere delicato e protettivo. Proprio come un padre.

Quel pensiero lo fece arrossire e dovette correre in bagno a rinfrescarsi la faccia per darsi una sorta di contegno. Si ripeté mentalmente, con un sordo dolore al petto, che quella situazione non sarebbe durata all'infinito... anche se, alla luce dei sentimenti che stava sviluppando, desiderava non dover mai rinunciare a tutto quello.


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